Nel Sud del Libano bombardato e invaso dall’esercito israeliano c’è una luce che non si spegne: è quella della scuola multireligiosa di Ain Ebel diretta da Suor Maya Beaino, dove le lezioni continuano ogni giorno per studentesse e studenti sciiti e cristiani provenienti da 28 villaggi della zona.
Se la scuola chiude è un altro motivo per andarsene, e poi per non tornare. Per questo fare scuola, in guerra, è la più alta forma di resistenza.
Mentre molti fuggono verso Beirut, lei ad Ain Ebel ha fatto la scelta opposta: restare e tenere aperta la scuola sotto le bombe. Ha detto che “se la scuola chiude, i villaggi muoiono”. Cosa significa difendere il diritto allo studio in un territorio devastato e come si convince una comunità a non abbandonare la propria terra?
Nel cuore del Sud del Libano, il villaggio cristiano di Ain Ebel si erge come un simbolo di radicamento, circondato da altri villaggi a maggioranza sciita oggi crudelmente martoriati. Dal 1860, di fronte alle tragedie cicliche della nostra storia, le mie consorelle maggiori hanno fatto la scelta assoluta di non abbandonare mai questa terra. Ad ogni conflitto, le mura del nostro convento si sono trasformate in un rifugio per tutti gli abitanti, senza alcuna distinzione, condividendo lo stesso destino e le stesse privazioni della nostra comunità. E dopo ogni tempesta, la nostra scuola si è rialzata, ingaggiando una battaglia metodica per far rinascere la vita e l’apprendimento.
Oggi attraversiamo una prova di una durezza senza precedenti. Da tre anni, la guerra impone la sua violenza invisibile e distruttrice; intorno a noi, i villaggi vicini sono letteralmente rasi al suolo. Eppure, il filo della trasmissione non si è mai spezzato. Grazie alla dedizione meticolosa della nostra direzione e dei nostri insegnanti, i nostri studenti continuano a seguire le lezioni online con un rigore accademico notevole. Finanziare e difendere l’istruzione in tempo di guerra non è un lusso che si può rimandare a giorni migliori: è un’emergenza umanitaria assoluta, vitale al pari del cibo o delle cure mediche. In tempo di pace, l’istruzione prepara l’avvenire; in tempo di guerra, protegge il presente e salva il futuro, trasformando la vulnerabilità di una popolazione in una forza di resilienza capace di ricostruire la società.
Per i nostri numerosi studenti sciiti, sfollati a più riprese a causa della violenza dei bombardamenti, l’atto di imparare è diventato un atto di pura resistenza e di preservazione della loro umanità. La guerra distrugge spietatamente i punti di riferimento di un bambino. Ritrovare il proprio insegnante, dedicarsi a una lezione, significa ripristinare una routine prevedibile che agisce come un baluardo psicologico contro il trauma. Cosa ancora più fondamentale, questa continuità impedisce che questi giovani vengano definiti unicamente dalle etichette riduttive di “vittime” o “sfollati”. Restano degli studenti abitati da una ricerca di eccellenza. Nonostante l’angoscia e lo sradicamento, il loro coraggio si traduce in risultati eccezionali, che permettono loro di figurare tra i primi del Paese e di accedere, tramite curriculum, alle università più prestigiose.
Ciò che il Sud del Libano sopporta da tre anni supera l’immaginazione. Con più di cinquanta villaggi direttamente colpiti o cancellati dalla mappa, è un’intera regione a subire un trauma collettivo, insidiata dall’impotenza e dalla dipendenza verso gli aiuti esterni. Mantenere la nostra scuola aperta, viva, nel cuore di una zona di così grande pericolo, è il nostro modo per ribaltare questa dinamica di disperazione e per restituire ai nostri il controllo del loro destino. Ripeto instancabilmente ai nostri insegnanti e ai nostri studenti che le competenze di vita (life skills) che forgiano in questa prova trascendono di gran lunga le semplici materie scolastiche. Sono diventati attori di solidarietà, volontari che vegliano sui nostri anziani e distribuiscono i soccorsi materiali.
La Scuola del Sacro Cuore di Ain Ebel è la garante del mantenimento della vita in questa regione. Se le sue porte dovessero chiudersi, gli abitanti non avrebbero altra scelta che vendere le loro terre e le loro case per esiliarsi definitivamente verso Beirut, provocando uno stravolgimento demografico irreversibile e pericoloso per l’equilibrio del Libano. Quanto a convincere la popolazione a restare, questo merito non mi appartiene. Sono questi uomini, queste donne e questi bambini che, dignitosamente, si rifiutano di lasciare le proprie case, abitati dall’intima certezza che partire oggi significherebbe abbandonare la loro terra all’oblio e all’occupazione senza speranza di ritorno. Di fronte a questo dramma, la mia stessa resilienza non porta alcuna arma. Non ha nulla di militare: è profondamente educativa, umana e spirituale
La sua è una scuola multireligiosa, dove studenti cristiani e musulmani sciiti condividono lo stesso banco e lo stesso dolore: avete perso sei studenti, e molti hanno visto le loro case distrutte. Negli scorsi giorni l’Unicef ha lanciato l’allarme sulle cicatrici psicologiche che i bambini libanesi si porteranno dietro da questo conflitto. Come si curano queste ferite invisibili senza farle diventare odio?
Al di là delle distruzioni materiali e delle cifre del conflitto, ci sono queste ferite silenziose che gli occhi non vedono immediatamente, ma che consumano l’anima e il corpo della nostra comunità. La guerra non si accontenta di distruggere le case; incide cicatrici indelebili nel cuore dei nostri bambini e dei nostri insegnanti, cancellando persino i punti di riferimento più fondamentali dell’esistenza umana.
Oggi, per i nostri studenti, non c’è più notte, non c’è più giorno. Il tempo si è fermato in un’attesa angosciante. Scanditi dal frastuono delle esplosioni e dalla minaccia costante, finiscono per unire i loro giorni e le loro notti, incapaci di trovare il sonno. Come si fa a dormire quando il cielo rimbomba, quando il letto trema e quando l’oscurità diventa sinonimo di pericolo estremo? Privati di questo riposo ristoratore, questi bambini vivono in uno stato di esaurimento permanente, una fatica cronica che logora i loro corpi e le loro menti. È uno sfinimento totale, una tensione nervosa in ogni secondo. Eppure, al mattino, schiacciati da questa mancanza di sonno, si sforzano ancora di connettersi per seguire le loro lezioni, spingendo il coraggio oltre i limiti umani.
Ogni bombardamento aggrava questi traumi. Come guarire lo spirito di un bambino che sussulta al minimo rumore quotidiano, confondendo lo sbattere di una porta o il rombo del tuono con il fischio di un razzo? Questi studenti portano dentro di sé un’angoscia sorda, una paura di perdere un caro da un momento all’altro. È un’infanzia rubata, una giovinezza privata della spensieratezza più elementare, dove il lutto per i loro compagni uccisi diventa un peso fin troppo grande per le loro spalle così fragili.
Per i nostri insegnanti, le cicatrici sono altrettanto dolorose. Anche loro condividono queste notti in bianco, questo esaurimento e questa assenza di tregua, dovendo vegliare sulla sicurezza delle proprie famiglie in mezzo al caos. Eppure, ogni giorno, trovano la forza sovrumana di offrire un volto rassicurante, stabile e amorevole ai loro studenti. Questo sdoppiamento permanente, questo obbligo di essere un pilastro di resilienza quando tutto crolla e il corpo implora pietà, lascia tracce di esaurimento psicologico immense.
Di fronte a questo disagio psicologico, abbiamo potuto sollecitare l’aiuto di un’associazione franco-libanese che attualmente accompagna una ventina di genitori, insegnanti e studenti. Ma di fronte all’immensità del disastro, questo sostegno — per quanto prezioso — resta una goccia nel mare. È tutta la nostra comunità educativa che ha un bisogno viscerale di accompagnamento per il proprio benessere e la propria sopravvivenza mentale.
Sfortunatamente, le urgenze materiali ci sommergono al punto che non riusciamo nemmeno più ad assicurare la priorità assoluta: il pagamento degli stipendi dei nostri insegnanti. Riusciamo a malapena a raccogliere quanto basta per retribuirli, mentre loro non hanno mai smesso di tenere le loro lezioni, di lottare per il futuro dei bambini e di far funzionare la scuola a rischio della propria vita.
Queste ferite psicosociali, questo logoramento fisico e questo fardello finanziario sono emergenze invisibili ma critiche. Se lottiamo per mantenere viva la scuola, è per offrire un punto di ancoraggio a questi spiriti che vanno alla deriva in una notte senza fine. L’istruzione, il dialogo e l’ascolto attento sono gli unici rimedi che possediamo per curare questi cuori spezzati, per restituire loro la dignità di esistere e per fare in modo che questi traumi non si trasformino in una disperazione definitiva. Troppe ferite restano ancora non curate, ma ogni giorno di scuola è una vittoria della luce su questa notte che tenta di invaderci.
Nonostante l’isolamento, grazie a Terre di mezzo, la sua scuola ha attivato un gemellaggio con alcuni licei di Milano e provincia, permettendo ai suoi studenti di incontrare, anche a distanza, i loro coetanei in Italia. Perché questo “ponte” è stato così vitale per i ragazzi di Ain Ebel? Cosa ha restituito loro?
Porto dentro di me una convinzione assoluta: là dove la morte tenta di imporre il suo silenzio, noi dobbiamo contrapporre dei gesti di vita. Di fronte alla tragedia, due strade si aprono davanti a noi. La prima è quella della rinuncia, della lamentela e della ricerca di colpevoli. La seconda — quella che abbiamo scelto — esige di assumersi le proprie responsabilità, di rifiutare il fatalismo e di diventare una fonte di ispirazione per trascinare in avanti chi ci circonda. Per me, sperare non è un sentimento passivo: sperare significa impegnarsi. Significa impegnarsi a trasformare il mondo intorno a sé piuttosto che lamentarsi sulle sue rovine.
È questa forza d’impegno che ha dato vita al nostro progetto. L’estate scorsa, durante un’intervista in Libano, Don Carlo Giorgi (uno dei soci fondatori di Terre di mezzo, da dieci anni a Beirut, n.d.r.) mi ha posto questa domanda: «Qual è il tuo sogno?». Gli ho risposto senza esitare: offrire ai nostri giovani l’opportunità di varcare i confini, di andare incontro alla gioventù italiana e di condividere il loro incredibile vissuto. Perché i nostri giovani sono il volto del «Vero Libano», quello che vogliamo rivelare al mondo, e lo dimostrano attraverso quattro pilastri di coraggio:
- L’eccellenza sotto le bombe: Lungi dall’arrendersi, questi adolescenti hanno scelto l’eccellenza come arma di resistenza. Hanno studiato online in mezzo ai bombardamenti, sfidando le interruzioni di corrente, l’assenza di internet e la paura addosso, ma stringendo il libro in mano. Il loro talento e la loro perseveranza sono stati ricompensati con premi internazionali, aprendo loro le porte per soggiorni di eccellenza in Francia e negli Stati Uniti. Sono la prova vivente che l’intelligenza libanese non si spegne mai.
- Un successo accademico assoluto: Anche nel cuore dei combattimenti, non hanno concesso nulla alla fatalità. I nostri studenti hanno mantenuto un livello scolastico eccezionale, raggiungendo un tasso di successo del 100% agli esami ufficiali, di cui il 79% con lode. Una vittoria della ragione sul caos.
- Un coraggio umano estremo: Sono la testimonianza vivente della resilienza. Molti hanno visto la propria casa distrutta, il proprio villaggio raso al suolo, e hanno pianto dei membri della propria famiglia. Hanno subito i traumi di molteplici spostamenti, ma non hanno mai abbandonato né la loro istruzione, né la loro patria. Hanno trasformato il loro immenso dolore in una forza d’azione pura.
- L’unità e la convivialità: I nostri studenti formano un mosaico sacro. Originari di 28 villaggi cristiani e musulmani, incarnano quotidianamente, sui banchi della nostra scuola, questo messaggio di fraternità e di convivenza che è l’essenza stessa della nostra missione.
Il loro messaggio al mondo è di una dignità sconvolgente: «Abbiamo perso tutto, ma siamo qui: in piedi, talentuosi e uniti».
Grazie al sostegno di Don Carlo del Vicariato Apostolico dei Latini in Libano e di Terre di mezzo, questo sogno è diventato realtà. Abbiamo stretto legami con istituti scolastici in Italia. Dopo tre mesi di intensi scambi culturali a distanza, i nostri giovani sono stati invitati a Milano per partecipare a Fa’ la cosa giusta!, la fiera sul consumo critico e gli stili di vita sostenibili organizzata da Terre di mezzo. Purtroppo però, con l’aggravarsi della guerra, il gruppo di studentesse e studenti invitati non sono potuti partire.
Di cosa ha bisogno, concretamente, la sua comunità in questo momento per continuare a scommettere sul futuro?
Ciò che reclamiamo è la Pace, e solo la Pace. Il nostro popolo ama la vita, coltiva la creatività e aspira alla felicità. Ma questa pace tanto attesa ci viene confiscata; siamo esausti di vedere le guerre degli altri giocarsi e consumarsi sulla nostra terra. Non ne possiamo più. Il tributo pagato fino a oggi è già fin troppo pesante. È tempo che tutto questo finisca. Basta.
Da 165 anni, la nostra scuola attraversa le tempeste della Storia. Ad ogni tragedia si è rialzata, come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Eppure, oggi, la prova supera tutto ciò che abbiamo conosciuto: il nostro istituto sta attraversando la crisi più buia e più violenta della sua esistenza. È un paradosso straziante e un’ingiustizia palese: come può una scuola che riesce a brillare e a eccellere in tanti ambiti internazionali ritrovarsi oggi nell’incapacità di pagare gli stipendi ai propri insegnanti? Come la si può lasciare rischiare di chiudere le porte, dopo 165 anni di una missione sacra vissuta al servizio di ogni essere umano e di tutto l’essere umano, senza mai fare distinzioni di razza, cultura o religione?
Oggi, abbiamo un vitale bisogno del vostro aiuto per continuare la nostra strada e preservare questa missione di umanità. Stiamo attraversando un periodo di transizione cruciale. Ma che la nostra voce sia chiara: non cederemo. Continueremo a lottare, costi quel che costi, affinché la luce dell’istruzione non si spenga nel Sud del Libano.
Per capire come si vive oggi in un Paese sospeso tra la guerra e la speranza di un futuro di pace, il 22 giugno abbiamo teso un filo ideale con chi è sul campo: Suor Maya Beaino e don Carlo Giorgi, tra i fondatori di Terre di mezzo e Fa’ la cosa giusta!, che dalla sua parrocchia a Beirut accoglie i profughi più vulnerabili ed esclusi. È stato un momento molto sentito e partecipato: se ve lo siete perso, potete rivedere e diffondere la registrazione dell’incontro.
Con la nostra associazione Insieme nelle terre di mezzo ODV abbiamo attivato una raccolta fondi straordinaria a sostegno del Vicariato apostolico di Beirut, di cui fa parte la parrocchia di Carlo Giorgi, e dell’École Saint Joseph, diretta da suor Maya Beaino. Ogni contributo, anche piccolo, si trasforma immediatamente in aiuto diretto sul campo.
Se vuoi restare in contatto con suor Maya Beaino, oppure vuoi saperne di più sul progetto di gemellaggio tra scuole italiane e nei teatri di guerra “Scambi di pace”, scrivi a pieromagri@terre.it. Grazie!