Dopo le vacanze di Natale, Ionut (nome di fantasia) arriva al laboratorio di scrittura di “Porto delle Storie” con un’aria triste e sconsolata. Siamo soli quindi c’è un’atmosfera silenziosa e irreale. Di lì a poco la stanza si riempirà di voci, zaini, cibo, cuffie e cellulari.
Si siede e appoggia la testa sulle braccia incrociate sul tavolo che ha davanti. Gli chiedo se sta bene e lui sbuffa: «Come al solito».
Ma si vede che non sta bene, così gli chiedo se gli va di fare due passi o prendere qualcosa da mangiare. Fa solo un impercettibile movimento di spalle.
«È successo qualcosa?» gli chiedo provando a essere non troppo entrante.
«Non so scrivere».
«In che senso?».
«Ho preso sei meno meno al tema, non riesco a prendere mai più di sei, faccio schifo».
«Dai, non fai schifo» dico io, ma suona come una pacca sulla spalla poco credibile.
«Faccio un sacco di errori. E poi questo tema mi sembrava bello e invece no».
La sua voce e i suoi occhi tremano.
«Posso leggerlo?»
«Se ti va».
«Certo che mi va. Ma solo se a te va».
Annuisce e tira fuori dallo zaino un foglio che forse ha accartocciato con rabbia e che poi ha risistemato alla meglio e me lo passa. Inizio a leggerlo e dopo poche righe capisco che il tema parla del suo primo Natale senza suo padre. Non parla molto di questa cosa ma l’anno prima suo padre se n’è andato dopo mesi di una brutta malattia. Nel tema scrive, con il suo italiano pieno di errori e periodi che non tornano, che era strano tutto quel tempo in casa tra lui e la madre senza il padre. Che la casa anche se molto piccola sembrava vuota e diversa. Avevano guardato molti film e serie tv, avevano giocato insieme. Poi avevano deciso di prendere un gatto e Ionut aveva scritto che sarebbe stato strano dargli il nome di suo padre ma che lui e la mamma ne avevano parlato e poi avevano deciso per un nome meno impegnativo.
«È un tema bellissimo e profondo» provo a dire.
«No, è un 6 meno meno», fa lui.
Parliamo per un po’ prima che arrivino gli altri ma ogni mio tentativo di convincerlo che quel tema è più di un sei meno meno cadono nel vuoto.
Ho passato settimane a pensarci, alla ferita che doveva essere rimasta da qualche parte dentro Ionut, ma a un certo punto il mio pensiero si è spostato da lui, che negli incontri dopo era tornato quello che conoscevamo capace di scherzare su tutto, anche su un possibile gatto con il nome di suo padre, all’adulto che aveva letto e giudicato quel tema. A 12 anni anche a lui o lei sarà capitato di ricevere dei voti in cambio di pensieri e racconti così intimi? Mi sono detto che molto probabilmente era stato così, come per quasi tutti e tutte noi.
Sarebbe facile dare un giudizio su questa storia, ma servirebbe? Forse invece ci sono delle domande più utili che dovrebbero accompagnare sempre noi adulti mentre facciamo lavori di insegnamento o educazione, e provo a metterne alcune qui come appunti:
quanta di quella parte del sistema educativo che si concentra sugli errori più che sulle storie abbiamo interiorizzato crescendo senza accorgercene?
Quanto un sistema fatto di giudizio e selezione ci ha allontanato dalla nostra capacità di restare a contatto con le emozioni?
Quanto è alto il costo emotivo che anche noi adulti paghiamo per stare dentro un sistema che ha dentro di sé delle pulsioni classiste e discriminatorie?

L’orientamento non è una linea retta verso il lavoro né una previsione dei “mestieri del futuro”. Ma allora che cos’é? Ne parliamo con Michele Arena, educatore e scrittore, e Michele Dal Lago, ricercatore e formatore, che ci aiuteranno a superare le logiche di mercato (e le disuguaglianze), per accompagnare gli studenti a scoprire chi vogliono diventare.
Illustrazione tratta dall’albo Tu sei una meraviglia, di Kobi Yamada e Gabriella Barouch (Terre di mezzo Editore)