“La scuola deve e può cambiare nonostante le normative esistenti e cercherò di spiegare come sia possibile renderla inclusiva e non soltanto integrativa”: parola di Simona D’Alessio, dirigente di un istituto comprensivo della periferia romana, esperta di politiche educative e di didattica inclusiva, con un dottorato di ricerca in educazione inclusiva e Disability Studies all’Università di Londra. In Italia ha fondato il Gruppo di Ricerca per l’Inclusione e i Disability Studies (GRIDS) ed è direttore della collana Erickson per i Disability Studies.

“Disability Studies” è una corrente di pensiero nata nei primi anni ’70 del secolo scorso in Inghilterra e in Italia si è cominciato a conoscerla nei primi anni duemila. La provocazione dei Disability Studies può essere riassunta in una domanda:

“È lo studente che deve adattarsi alla scuola o è la scuola che deve imparare ad adeguarsi alle esigenze degli studenti?”.
Ed è una domanda che tutto sommato si pongono tutti – insegnanti, genitori, alunni – ogni volta che c’è uno studente che sembra non essere in grado di stare al passo con gli insegnamenti impartiti nella classe. Dalla ragazza appena arrivata da un Paese straniero allo studente con una grave disabilità mentale, dall’alunna in carrozzina, al ragazzo dislessico, ogni giorno nelle scuole italiane c’è qualcuno che sembra aver bisogno di un aiuto per adeguarsi a uno standard definito dalle norme che regolano la scuola in Italia. Come uscire da una situazione che inevitabilmente genera ansie nei genitori, frustrazioni negli studenti e un senso di inadeguatezza tra gli insegnanti?

Finora ci si è impegnati perché gli alunni con disabilità potessero integrarsi nella scuola. Con Disability Studies si punta più in alto, all’inclusione ossia a cambiare quella scuola regolare perché diventi davvero una scuola ‘di tutti’. “Perché la scuola diventi inclusiva deve innanzitutto rimettersi in discussione e cambiare metodi di insegnamento e servizi offerti”, spiega Simona D’Alessio:

Inclusione non è mettere dentro chi prima era fuori dal sistema scolastico (quello lo abbiamo fatto con l’integrazione scolastica), ma rendere inclusivi processi e pratiche (dal curricolo, alla valutazione ai processi organizzativi) in modo da garantire a ciascun alunno e alunna di partecipare attivamente al processo di apprendimento secondo le proprie potenzialità.

Quello dei Disability Studies è un approccio sociologico, che chiede alla scuola di cambiare ponendo fine a tutte le forme di micro-esclusione. Non parte dal deficit o dalla diversità del singolo alunno, quindi da ciò che è o non è in grado di fare, ma dal sistema che con le sue regole e impostazioni rischia di riprodurre quelle stesse barriere che invece avrebbe voluto eliminare. “Con l’integrazione si cerca di trovare un modo per compensare l’alunno ‘in difficoltà’ in modo che possa adeguarsi alle richieste della scuola, con l’inclusione è la scuola che deve avviare un processo di cambiamento per poter rispondere in modo adeguato alle diverse esigenze di tutti gli alunni”, conclude Simona D’Alessio.

(Intervista di Dario Paladini, Intreccimedia)

Ti interessa questo tema? Partecipa all’incontro con Simona D’Alessio e Giulia Guglielmini “L’educazione inclusiva secondo i Disability Studies”, venerdì 22 marzo alle 9:30 a SFIDE.