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La didattica di genere non è quella che si dedica alla distinzione tra maschietti e femminucce: oggi fortunatamente non esiste più l’economia domestica da proporre alle bambine e nessuno pensa che il meccano sia gioco per soli maschi, anche se in alcune scuole sono ricomparsi i grembiulini rosa e azzurro. Il fatto è che la differenza di genere innerva come in passato gli insegnamenti a tutti i livelli di scolarità: è presente nei manuali scolastici e, seppur sotto traccia, è praticata quotidianamente da noi insegnanti, al di là del fatto che se ne abbia coscienza o meno. Binomi come “Materia/Energia” (ma anche “Tempo/Spazio”, Grammatica/Narrazione, Soggetto/Verbo, Algoritmo/Strategia) sono intrisi di retorica di genere come lo sono i canoni letterari (Prosa/Poesia), le metodologie didattiche (la teoria sempre prima della pratica, il solfeggio prima dello strumento, ecc.) o la verifica/valutazione (facciamo il Test o il Tema?). Circa i binomi, basta ricordare che se per Aristotele la Materia inerte sarebbe da coniugarsi al “femminile” mentre lo spirito generativo lo sarebbe al “maschile”, per l’antica cultura ebraica la prospettiva va completamente ribaltata: la Materia, in quanto dimensione visibile e misurabile delle cose, richiamerebbe l’accezione maschile (il maschile deve necessariamente distruggere per poi ricostruire) mentre l’Energia rappresenterebbe la femminilità creatrice, qualitativa, invisibile e non misurabile. Decidere quale visione privilegiare è del tutto fuorviante, visto che l’obiettivo di entrambi è separare comunque maschile e femminile. L’intervento, scavando nei linguaggi e nelle posture delle didattiche disciplinari, porterà alla luce queste segrete pieghe per ricomporle così che il sapere venga ricondotto ad unità, in modo che, a partire dalla Scuola, anche la società impari a “cambiar pelle” superando i pregiudizi. Con Tiziano Pera

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