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Per prendere contatto con la povertà educativa occorre interrogarsi su come gli adolescenti vivono il territorio, il tempo, i saperi: cosa hanno imparato in questo tempo fuori dai libri e fuori dalle aule, cosa si aspettano dalla scuola e dal futuro. Una scuola “presidio di comunità” che si interroga su chi sono questi adolescenti che incontriamo tutti i giorni. Un interrogativo che apre la via del riconoscimento: non solo un nome, ma soprattutto le attese e le domande che disegnano questo tempo della vita; perché chi non si sente riconosciuto, il riconoscimento va a raccattarlo ovunque lo trovi, anche per la strada.
In uscita dai tempi protetti e controllati dell’infanzia, tra internet e pandemia cosa conta nella vita? Esserci, far parlare di sé, diventare popolari? O forse quel che conta davvero è un adulto che si disponga a modificare la relazione, ad abbandonare le rassicuranti semplificazioni, ad identificarsi rispettosamente con chi si ha davanti?
Ed a scuola? L’essere tornati a scuola non basta, perché a scuola si può so-stare o transitare in attesa che passi l’ora, la giornata, l’anno.
Il termine del lockdown in alcuni casi è stato inteso come opportunità di riallacciare relazioni umane ed educative in forme rinnovate di presenza; in altri casi occorre riconoscere che si è trattato di una occasione di riorganizzazione, di un irrigidimento dell’agenda didattica: subito un tempo serrato di interrogazioni, compiti, verifiche, voti. Cosa significa ciò?
Ma se sappiamo cosa chiedono “i programmi”, cosa domandano gli adolescenti alla scuola? Un luogo di cui sentirsi partecipi? E questa nuova stagione cosa chiede agli insegnanti? Un ampliamento o un ridimensionamento del tempo per insegnare e imparare insieme, per una conoscenza ed una convivenza che evolvono insieme? E si può ancora sottoscrivere il pensiero di Bruner che l’interesse quasi esclusivo per le prestazioni e per la valutazione ha spesso portato a trascurare i mezzi con cui insegnanti e allievi fanno il loro mestiere nella classe reale, come insegnano gli insegnanti e come imparano gli allievi”?
A quale “cultura dell’educazione” dobbiamo oggi fare riferimento?

Con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta e Giulia Pastori, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione R.Massa, dove è presidente del corso di laurea in Scienze della formazione primaria.

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