Educare è entrare in un dialogo continuo con l’altro e la sua diversità. È un esercizio ininterrotto di reciprocità. Scrive Marina Garcès (filosofa e saggista spagnola, autrice di Scuola di apprendisti): “L’educazione emancipatrice è quella che ha come sua condizione che qualunque apprendimento implichi imparare a pensare per proprio conto e insieme agli altri”. Sostenere queste due dimensioni del pensiero – individuale e collettivo – può sintetizzare il senso di una pedagogia della democrazia, che accompagni i ragazzi al valore della partecipazione, all’esercizio della scelta, all’assunzione di responsabilità.

Educare alla cittadinanza non significa solo garantire ai ragazzi il diritto fondamentale di parola e di espressione ma anche il loro diritto all’immaginazione.

È importante che i bambini possano immaginare abbondantemente, anche quando la loro fantasia non si realizzerà. Promuovere l’immaginazione è diverso dall’esercizio della seduzione che colonizza la mente dei bambini scambiando i loro bisogni con i desideri degli adulti.

Sostenere la partecipazione sociale dei ragazzi non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, né garantisce la realizzazione di una società migliore. È tuttavia uno strumento di lavoro e di apprendimento. È la tensione a colmare una mancanza di opportunità, di socialità, di bellezza, in piccoli frammenti urbani. Quando proponiamo un laboratorio con un gruppo classe, usciamo dalle mura scolastiche, seguiamo mappe con punti di riferimento reali e affettivi, facciamo interviste ai passanti, dipingiamo spazi, progettiamo giardini. Ci mettiamo sulle tracce della conoscenza, discostandoci dall’urgenza di aumentare costantemente competenze fisiche o mentali.

Può ancora la Scuola oggi essere un luogo di educazione alla democrazia?

Pensiamo di sì, quando essa distoglie lo sguardo centrato sul singolo perché dia il meglio di sé e lo rivolge all’intera comunità dei bambini. Quando si fa carico di tutti, soprattutto di chi ha maggiori difficoltà. La Scuola insegna democrazia quando riconosce all’apprendimento il valore di un atto creativo. È ciò che chiamiamo co-progettazione e a cui invitiamo i bambini a contribuire, ripensando, ad esempio, uno spazio pubblico. Progettare in modo partecipato non equivale solo a una scelta metodologica efficace. È essa stessa un’azione politica. Implica trasmettere il messaggio che la realtà non ci viene consegnata come finita e conclusa, a volte deludente, ma che su di essa possiamo agire, a dispetto della sfiducia.

Alessandra Rampani, psicoterapeuta, è socia co-fondatrice della cooperativa Spaziopensiero. Ha coordinato per 6 anni i Consigli di Municipio dei Ragazzi e delle Ragazze, progetto di educazione alla cittadinanza del Comune di Milano. Conduce percorsi di partecipazione sociale nelle periferie con “A Piccoli Patti” per Fondazione Cariplo. Utilizza nel suo lavoro il parametro bambino: ogni soluzione tesa a migliorare la qualità della vita dei bambini, migliorerà la qualità della vita di tutti.

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