Bambinə e ragazzə sono titolari di molti diritti, è indubbio. Dal mio osservatorio, però, uno mi pare da mettere al centro delle riflessioni di tutti: il diritto all’istruzione. È banale? È scontato? Non credo, non in questa fine di 2023 in cui il mondo sottosopra interroga le coscienze di chi ancora crede di poter fare, nel suo piccolo, una differenza.
Tutti i giorni entro a scuola e mi sento soffocare, mi sento a disagio, in un luogo altro che per me riveste, giorno dopo giorno, sempre meno significato. Ogni anno sempre di meno. Mi sono chiesta a lungo perché e mi sono domandata se è proprio così che i miei studenti si sentano. Credo di sì. È terribile. Stare ore e ore in un luogo diventato un “non luogo”, dove a fatica trovo senso io che vi lavoro, credo che per i ragazzi e i bambini a volte risulti insopportabile.
Cosa è successo? Dove la scuola ha iniziato a diventare altro rispetto alla vita, a quello che c’è fuori dalla finestra, o dentro l’altra terribile finestra di uno schermo telefonico? Non lo so dove. Non so nemmeno quando. Ma so un po’ come.
La scuola è diventata una scatola vuota. Una scatola. Dentro, i nostri bambini e bambine, ragazzi e ragazze, e la sfida più grande: crescere.

“Tutti i bambini devono poter andare a scuola. L’istruzione è quel passaggio che rende concreta l’eguaglianza tra le persone, permette a ciascuno di fare scelte consapevoli e di costruire un’esistenza dignitosa. Tutti i bambini e i ragazzi di età inferiore ai 18 anni – italiani e stranieri – presenti in Italia hanno diritto all’istruzione.” Così recita la pagina del Ministero dell’Istruzione e del Merito nella sezione “diritto allo studio”.
“L’istruzione rende concreta l’uguaglianza tra le persone”. Come si esplicita tutto questo? Il più delle volte non è vero. Le persone a scuola non sono tutte uguali. Dovrebbero, ma non sono. L’Italia ha una percentuale di dispersione scolastica altissima, specialmente tra chi si iscrive in prima superiore. Uno studente su quattro non si diploma. Certo le cause della dispersione sono molteplici e non tutte attribuibili alla scuola, per fortuna. Ma è la scuola che dovrebbe mettere in atto didattiche equitative volte ad eliminare il divario esistente per le innegabili differenze socio culturali di provenienza degli alunni, anziché perpetuarle. Cosa vuol dire in pratica? Occuparsi non solo dell’insegnamento, ma anche dell’apprendimento, ponendolo in orario scolastico, cioè non demandando sempre e solo lo studio a casa dove le differenze sociali, purtroppo, pesano.

Più oltre si legge: “[…] permette a ciascuno di fare scelte consapevoli e di costruire un’esistenza dignitosa. Tutti i bambini e i ragazzi di età inferiore ai 18 anni – italiani e stranieri – presenti in Italia hanno diritto all’istruzione.”
È un’affermazione di principio meravigliosa. Importante. Vera. Ma cozza irrimediabilmente con i numeri della dispersione scolastica.
“Sommando il numero di studenti dispersi – espliciti ed impliciti – è possibile stimare che la dispersione totale in Italia sia superiore al 20%” (fonte Il Sole 24 Ore, luglio 2023). Espliciti e impliciti? Sì. Perché ci sono anche studenti che, pur continuando e terminando con fatica percorsi scolastici, non acquisiscono tuttavia le competenze base che sono necessarie per stare nel mondo. Volontariamente ometto di dire “nel mondo del lavoro”, perché non credo che si vada a scuola solo per questo. Considero l’istruzione qualcosa di molto più alto e complesso, un canestro colmo di stimoli e saperi indispensabili per vivere una vita piena, di scelte, di domande, risposte, relazioni, occasioni, percorsi possibili.

C’è poi il fenomeno dei “ghetti educativi”: gli alunni più fragili culturalmente ed economicamente – e, nella maggior parte dei casi, i due fattori vanno di pari passo – tendono a raggrupparsi in alcune scuole, dove si crea, appunto, una sorta di “ghetto”. Qui si generano dinamiche a cascata: gli insegnanti non hanno strumenti didattici per gestire queste situazioni e quindi rinunciano al loro ruolo, o tendono ad adattare le richieste di apprendimento ad un livello basso, penalizzando così gli studenti di livello potenzialmente più alto. La scuola non si dimostra in grado di affrancare gli studenti dalla loro condizione svantaggiata di partenza.

La strada da fare appare ancora molto lunga. Non è tollerabile perdere studenti, non è tollerabile negare a molti il diritto all’istruzione sancito nella Costituzione. Nella Giornata per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il mio vuole essere un invito ad una riflessione condivisa: un Paese civile dovrebbe puntare tutto sui futuri cittadini; la loro vita è la nostra più grande sfida; la scuola deve essere davvero “di tutti e di ciascuno”. Quel senso di oppressione che provo alla mattina viene dalla consapevolezza di portare avanti una battaglia grande con poche armi, a volte spuntate. Ma intanto sto lì, con i colleghi e le colleghe, tutti i giorni, perché il non-luogo diventi un luogo pieno, ricco, denso di significato per tutti. Un luogo di trasformazione ed emancipazione sociale, dove il diritto allo studio non viene negato a nessuno.

Il disegno è di Guido Scarabottolo, tratto da “La prima frase è sempre la più difficile” (testo di Wislawa Szymborska, collana I Biplani)

Sabina MinutoInsegnante, formatrice e autrice
Sabina Minuto è docente di Lettere in un Istituto Professionale di Savona, dopo aver insegnato per 28 anni nella scuola secondaria di primo grado.
Si occupa di formazione per gli insegnanti e di promozione della lettura attraverso la metodologia del Writing and Reading Workshop.
Il suo ultimo lavoro pubblicato è “Meraviglia da sfogliare. Quando l’albo illustrato incontra il laboratorio di lettura e scrittura”(con Elisa Golinelli, Loescher, 2023)