«Pure il maestro sbaglia. Quindi non aver paura di sbagliare…»
Così Alberto Manzi, nel suo programma “Non è mai troppo tardi” (1960 -1968) insegnava a leggere e scrivere ai tanti adulti analfabeti presenti nel nostro Paese. Parlava e disegnava, sorrideva, guardando negli occhi chi era a casa davanti alla TV, rivolgeva domande curiose, a un vasto pubblico fatto anche di bambini e bambine che andavano a scuola, ma al pomeriggio rimanevano incantati e curiosi davanti allo schermo. Era come giocare ad imparare di nuovo a leggere e scrivere, ma in modo diverso.
In tanti, poi, collegano il nome di Alberto Manzi al suo romanzo per ragazzi più famoso: Orzowey. Il libro uscì a metà degli anni Cinquanta, ma divenne un grande successo vent’anni dopo, allorché la RAI ne fece uno sceneggiato televisivo, e il regista francese Yves Allégret realizzò nel 1976 il film “Orzowey il figlio della savana”. Molti insegnanti, soprattutto di scuola media, adottarono quel romanzo come lettura per la classe.
La figura di Alberto Manzi sembrerebbe aprirsi e chiudersi su questi due lasciti. In realtà si tratta solo della punta di un iceberg, la cui parte nascosta è molto più rilevante di quella che si mostra. Manzi è stato prima di tutto un maestro elementare che per oltre trent’anni ha fatto questo lavoro. In televisione mostrava il suo modo di fare scuola, basato su una creatività didattica che era l’esito della rigorosa scientificità del suo metodo di lavoro, basato sulla circolarità e reciprocità fra esperienza, pensiero e linguaggio, oltre che delle sue abilità comunicative.
La “vocazione magistrale” di Alberto Manzi si era formata attraverso lo studio (ha sempre coltivato interessi scientifici e si è laureato in Pedagogia), la vita in tempo di guerra, il primo lavoro duro come insegnante nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma, dove riuscì a portare i ragazzi in campeggio in montagna e a coinvolgerli nella realizzazione di un giornalino. Solo le persone che gli erano più vicine sapevano del suo impegno di educatore in Sudamerica, dove andò spesso, d’estate, ad insegnare a leggere e scrivere a contadini analfabeti nelle regioni andine, animato da uno spirito di testimonianza che lo portava anche a condividere situazioni difficili e rischiose. Un’esperienza che Manzi ha trasportato sul piano narrativo in tre romanzi di ambientazione sudamericana: La luna nelle baracche (1974), El Loco (1979), E venne il sabato (2005, pubblicato postumo).
Quest’anno ricorre il Centenario dalla nascita di Manzi: l’occasione per ricordare e riscoprire la sua figura di educatore e scrittore infaticabile, animato da un senso dell’avventura pedagogica. La sua ultima presenza televisiva è stata quella del programma “Insieme”, 60 puntate per insegnare la lingua italiana agli extracomunitari: una sorta di “ritorno al futuro”, sulle nuove frontiere dell’alfabetizzazione.

Essere insegnante: la testimonianza di Alberto Manzi nell’anno del Centenario
con Roberto Farné
venerdì 22 Marzo ore 14:00 a Sfide – La scuola di tutti

ROBERTO FARNÈ
ROBERTO FARNÈ
Già professore ordinario in Didattica generale all’Università di Bologna, ora professore a contratto a titolo gratuito nella stessa università, dove insegna Pedagogia del gioco e dello sport, e ha fondato e dirige il Centro di Ricerca e Formazione sull’Outdoor Education. La sua ultima conversazione con Alberto Manzi è pubblicata nel libro “Alberto Manzi. L’avventura di un maestro” (BUP, Bologna, 2011) di cui è in uscita la nuova edizione.