Quando abbiamo smesso di leggere? Non nel senso tipografico della parola, ma in quello più carnale, più materico. Quando smettiamo di leggere come da bambini?

C’è un video dolcissimo che circola su YouTube di una mamma che legge al suo bambino: lui piange disperato quando la voce si interrompe e si calma solo quando la storia riprende. Succede più volte, come se la narrazione fosse una cura. Quando perdiamo quell’immersione totale, quella capacità quasi naturale di entrare insieme in una storia e di restarci?

Credo che questo abbia a che fare anche con la scuola, con una certa deriva competitiva, performativa e valutativa – lo potremmo chiamare prestazionismo – che rischia di occupare tutto lo spazio dell’esperienza del leggere nel momento stesso in cui si inizia l’apprendimento formalizzato della lettura. Ma non è solo questo.

Allargando lo sguardo si tratta di una caratteristica diffusa del nostro tempo: per ciò che non è immediatamente produttivo, sembra non esserci più spazio. Un tratto che la scuola sta incubando, purtroppo.

Nelle pratiche di lettura lo vediamo chiaramente: il progressivo affermarsi dello skimming – lo scorrere velocemente un testo per coglierne l’idea generale, fino a “leggere” un libro in un giorno – e dello scanning – il sorvolo rapido della pagina alla ricerca solo di ciò che serve – sta erodendo l’esperienza della lettura profonda. Un’esperienza che fatica sempre più a trovare spazio ma che è, in realtà, una straordinaria forma di manutenzione della nostra umanità. Non è un lusso, né un accessorio da relegare al tempo libero: è uno spazio-tempo in cui possiamo rallentare abbastanza da tornare a sentire e a sentirci. È un modo per decelerare e uscire dal prestazionismo. È lì che può accadere qualcosa di raro: l’esperienza del flusso, dell’immersione piena, di una concentrazione che ci restituisce a noi stessi. E proprio in quei momenti siamo più vicini a una forma di felicità silenziosa e autentica.

Quando questo avviene negli spazi della scuola è rivoluzionario. La scuola può fare moltissimo: può essere il primo luogo in cui questa possibilità prende forma e prende senso. Ma non può essere l’unico presidio. Se crediamo davvero che la lettura abbia a che fare con il ben-essere, allora è necessario costruire alleanze: con le biblioteche, con i luoghi della cultura, con i contesti della salute, in una responsabilità condivisa.

Mi piace immaginare questo impegno come una staffetta. Insieme possiamo costruire un accompagnamento sociale della lettura e riportarla nelle pieghe del quotidiano. Sarebbe bello se, tra cento anni, qualcuno guardando al nostro presente vi riconoscesse l’inizio di una trasformazione silenziosa, l’alba di una nuova manutenzione dell’umano.

Chiara Faggiolani
Chiara Faggiolani
Chiara Faggiolani è professoressa di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università di Roma Sapienza, dove dirige il Laboratorio di Biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche BIBLAB e il Master in Editoria, giornalismo e management culturale. Dirige la rivista scientifica “AIB studi”. Presiede il Forum del Libro. Tra le ultime pubblicazioni: Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza (Laterza, 2025).