Un ragazzo mi ha detto: «Mi chiamavano Giulia. La Giulia. Ma io, da solo in camera mia, sono sempre stato Gabriele». E la pubertà? Non una crescita: un’invasione. Sangue, seno, il corpo che ti tradisce.
Una madre mi ha confidato: «Mi credevo aperta. Poi è arrivato quel colpo secco: “Mamma, sono trans”. E ho scoperto che l’apertura, quando riguarda tuo figlio, può far male».
Chiara, nove anni, nata come Lorenzo, invece, ha provato a raccontarsi così: «È come quando ti infili un paio di scarpe strette: all’inizio ci provi, poi fa solo più male». Un’unica metafora per dire con una chiarezza disarmante: che lei ci ha provato, ha camminato, ha fatto esperienza; che non è un capriccio, né una moda — perché le scarpe strette fanno male anche se sono belle; e che quel dolore non arriva all’improvviso: cresce piano, e cresce ancora se nessuno lo ascolta.
Nel mio libro “Nati fuori binario. Infanzie e adolescenze transgender nell’Italia di oggi” raccolgo testimonianze come queste: arrivano dal mio lavoro di giornalista e antropologa, e mostrano, meglio di qualsiasi teoria, cosa significhi attraversare l’infanzia e l’adolescenza crescendo in un genere che non senti tuo. E quanto sia urgente, per noi adulti, imparare a vedere.
L’incontro in programma sabato pomeriggio a Sfide dal titolo “Infanzie e adolescenze transgender: strumenti e riflessioni per educare al genere” nasce da qui. Da quei momenti piccolissimi — uno sguardo, un nome, una frase che cambia tutto — in cui un figlio o un alunno ti mostra chi è, e tu senti che non vuoi tirarti indietro, anche se ti tremano le mani.
In questi anni ho capito una cosa semplice: quando un ragazzo o una ragazza fa coming out come persona transgender, non è solo la sua vita che cambia. Si muove la geografia affettiva di tutta la famiglia. E allora non serve essere esperti. Serve ascoltare. Serve inciampare, correggersi, ricominciare. Serve trovare il coraggio di restare nelle terre di mezzo, quando nulla è chiaro ma tutto è già in movimento.
L’altra cosa che ho imparato è che per loro il genere non è un concetto astratto: è (anche) relazione. È (anche) il modo in cui gli altri ti guardano, ti nominano, ti aspettano. Per questo mi colpisce tanto la frase di uno dei genitori che cito nel libro: «Non siamo noi a decidere chi sono i nostri figli. Il nostro compito è camminare al loro fianco, mentre imparano a diventarlo».
E allora di cosa parleremo durante l’incontro?
Di come non farci spaventare da ciò che non capiamo subito, perché la comprensione viene dopo, ma la cura può cominciare subito.
E di come si costruiscono contesti in cui crescere non faccia male, e in cui un nome, finalmente, diventi un luogo abitabile.
Di cosa può fare la scuola, che è lo spazio dove il genere prende corpo, spesso prima ancora di prendere parola. La scuola che potrebbe essere un laboratorio di cittadinanza, e spesso invece diventa un tribunale.
Con me ci saranno Giuseppe Burgio, Professore ordinario di Pedagogia all’Università Kore di Enna, che da anni studia come ragazzi e ragazze costruiscono la propria identità dentro (e contro) gli stereotipi di genere, e Alessia Ale* Santambrogio, che accompagna scuole e servizi nei percorsi trans*-affermativi.
Vi aspetto sabato 14 marzo, dalle 15:30 alle 17:00. Per ascoltare, capire, chiedere. E per vedere insieme quanto può cambiare la vita di un* ragazz* quando, finalmente, qualcuno trova la cura e il coraggio di pronunciare il suo nome.