«A giovani sedici-diciassettenni, con alle spalle vite difficili, e lingue, religioni, tradizioni diverse, noi chiediamo che, appena maggiorenni, conoscano la lingua italiana, la Costituzione, le leggi dello Stato, che siano autonomi, che sappiano mantenersi. Insomma, ciò che ai nostri figli si chiede ben più avanti», ci fa notare un’assistente sociale di un centro di accoglienza per giovani migranti non accompagnati.

A scuola, sono quasi 900mila gli alunni “con cittadinanza non italiana”, così definiti dal sistema statistico del Ministero. La scuola è la prima linea dell’accoglienza, l’incontro con i diversi aspetti della società. L’istruzione è un diritto universale, qualunque sia la condizione, la provenienza, la lingua, la religione. I minori stranieri non accompagnati, i rifugiati, hanno gli stessi diritti di tutti.

Il percorso di questi studenti è però ancora, in parte, ad ostacoli. I casi di ritardo scolastico e bocciature sono segnali che anticipano la prospettiva dell’abbandono scolastico. E così, anche chi sostiene di essere PER l’integrazione, per l’inclusione, tende a rappresentare gli stranieri solo, o soprattutto, come un gruppo fragile, in difficoltà, bisognoso d’aiuto, vulnerabile. È un modo di pensare difensivo, l’idea di integrazione come aiuto ai più deboli: bisogna accoglierli, insegnare la lingua, orientarli…. Un approccio emergenziale, e in parte è così. Ma gli alunni “stranieri” nati in Italia, le seconde generazioni, sono il 67%, una percentuale in costante aumento. La maggioranza degli studenti stranieri immatricolati all’Università proviene dalle scuole italiane (e non dall’estero) e una percentuale significativa ha frequentato istituti tecnici e professionali. Significa che, anche se hanno accumulato ritardi scolastici, anche se sono arrivati senza conoscere la lingua italiana, anche se “schiacciati” su scelte tecnico-professionali, molti di loro non rinunciano a proseguire gli studi. Cresce anche la tendenza delle famiglie immigrate a riporre alte aspettative rispetto all’istruzione, vista come la più importante leva di riscatto e mobilità sociale.

“Italiani” e “stranieri”: ciascun gruppo ha qualcosa che l’altro non ha, in termini di conoscenze, abilità, esperienze. «Chi insegna a chi? Noi ai figli dei contadini o i figli dei contadini a noi?», scriveva Leone Tolstoj a proposito della scuola di Jasnaja Poljana che aveva fondato, a metà dell’ottocento, nella sua tenuta. Gli studenti “stranieri” conoscono le lingue e il mondo, sanno resistere e adattarsi, portano punti di vista differenti sulla scuola e l’educazione, e da parte delle loro famiglie c’è una speranza (e una preoccupazione) sul futuro simile a quella di tutte le famiglie. Servirebbe la preposizione semplice “con”: che educazione costruiamo insieme? Che cittadinanza, che società immaginiamo?

Vinicio Ongini lavora come esperto sui temi dell’educazione interculturale al Ministero dell’istruzione dopo essere stato maestro di scuola primaria per diversi anni. È autore di ricerche, saggi e libri per bambini. È attivo nella formazione degli insegnanti sui temi della lettura  e della biblioteca scolastica.

 

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Biblioteche scolastiche: progetti ed esperienze a confronto (venerdì 22 marzo alle 14:00)
Orientamenti interculturali: a che punto siamo? (sabato 23 marzo 2024 alle 11:30)